PATRYA Y SOCIALISMO
 

Venerdì 14 dicembre, presso il circolo culturale “Asso di Bastoni” di Torino, si è tenuta una conferenza intitolata “Patria y Socialismo”, organizzato da Base Militante Progetto Torino, dall'Associazione Sur, dalla redazione torinese di Rinascita, e con il patrocinio di Sinistra Nazionale.

L'intento della serata era di aprire qualche spiraglio informativo sulla situazione politica e sociale del Sud America. I quattro relatori hanno sviscerato varie tematiche inerenti all'oggetto in questione.

Il primo, Rafael Marcone, ha premesso immediatamente la sua non condivisione del modello bolivariano. Ha illustrato la storia del Sud America all'epoca della dominazione spagnola, con un occhio di riguardo nei confronti del Perù. Ha auspicato un Sud America unito, ma senza chiarire l'iter da seguire per raggiungere questo obiettivo. La sua simpatia personale era per l'eroe San Martìn e non per Bolivar, che a suo dire fu deleterio per la storia successiva del Perù.

La parola è passata a Marco Lopez, il quale ha effettuato una panoramica su alcuni stati sudamericani, delineandone a grandi linee la situazione caso per caso. Il Messico ha come capo del governo Calderòn, che vinse le elezioni in seguito ad una campagna mediatica intrapresa contro il suo rivale Obrador, il quale, dopo essere stato in testa in tutti i sondaggi, venne calunniato ed osteggiato pubblicamente perchè gli fosse impedita la vittoria. Il vincitore è un neoliberale che ha nel programma di governo lo smantellamento di quel che resta del settore pubblico: Calderòn è infatti un “felice” abbinamento tra fondamentalismo religioso e capitalismo con conseguente sottomissione ai voleri di Washington. Il Nicaragua, nel corso degli anni, ha dovuto costantemente fare i conti con l'inserimento di paramilitari statunitensi nel proprio territorio (ricordate i Contras?) e continua a pagarne le conseguenze. La politica degli Usa ha sempre perseguito l'intento di impedire ogni tipo di indipendenza all'America latina. L'Ecuador ha avuto 7 presidenti negli ultimi 10 anni, ma sono ormai 15 anni che la classe politica scredita il Paese. I nativi sono coloro che hanno richiesto a gran voce un cambiamento. Il presidente Correa è l'icona del mutamento in corso in Ecuador, che ora può continuare il suo percorso di in senso socialista, specie dopo l'esito favorevole del referendum in favore dell'elezione dell'assemblea costituente e dei suoi membri. La Colombia è sempre invischiata tra guerriglia e narcotraffico, quindi resta uno dei nodi più difficili da dipanare in quella zona del mondo. L'Argentina è un Paese con grandi potenzialità, che ha saputo reagire mirabilmente alla crisi nella quale era precipitata. La nuova presidente Kirchner/Fernandez è una ventata d'aria fresca e quindi si stanno gettando le fondamenta per un nuovo corso positivo anche in questo Paese. Il Brasile ha un'enorme problema legato alla corruzione: Lula e i suoi ministri in primis, sono l'esempio lampante sotto gli occhi di tutti. La Bolivia ha eletto per la prima volta nella sua storia un presidente andino. Ci sono fonti attendibili che confermano finanziamenti “esterni” atti a favorirne l'eliminazione. Per il Cile, la presidente Bachelet è l'immagine di colei che si è salvata dal regime di Pinochet, in quanto figlia di un generale ucciso durante il regime e vicino ad Allende. Il Paese vive a cavallo tra memoria e presente. In Perù, siamo alla seconda elezione di Garcia. Nel primo mandato (1985-90) si presentò come socialista e nel quinquennio mandò in deficit il Paese (la soglia di povertà passò dal 16,9% al 44,3%). Dal suo secondo mandato nel 2006, si sta dimostrando palesemente neoliberale, sebbene si presenti ancora sotto mentite spoglie socialdemocratiche. Una delle sue prime azioni di governo, fu quella di concordare con imprenditori statunitensi la privatizzazione di settori pubblici.

Il terzo relatore, Fulvio Ferrario, ha inquadrato la situazione post '89 nel mondo ed il ruolo del Sud America in questa inedita situazione di unipolarismo, dovuta alla caduta dell'Unione Sovietica. Le dittature militari non sono più funzionali agli Stati Uniti, perchè sono regimi che rallentano lo sviluppo economico ed il libero mercato, priorità assoluta per capitalisti e multinazionali. Proprio sulla scia e come reazione a questi regimi, sono nati e sono cresciuti movimenti sociali dal basso. Alcuni presidenti del Sud America sono ostaggio (nel senso buono) di questi movimenti sociali. E' importante sottolineare che per esempio, tra Morales e gli indios non intercorrano rapporti sempre idilliaci, però è di vitale importanza una guida politica intelligente che garantisca che si affrontino le grandi problematiche nel tentativo concreto di risolverle. Per quanto concerne il Venezuela, è di vitale importanza sottolineare che Chavez è appoggiato dalla stragrande massa povera. Questo non significa che i problemi siano in via di soluzione entro breve tempo, ma che invece, si stia percorrendo una nuova strada irta di ostacoli, ma che sta dimostrando giorno per giorno la sua validità. Ci si confronta con la tragedia dei 4 milioni di sfollati interni a causa di guerre (su 43 milioni di abitanti) della Colombia e del femminicidio perpetrato a partire dal '93 in Messico: Ciudad Juarez è la città messicana nella quale sono stati ritrovati i corpi massacrati di 430 donne (di età compresa tra i 6 e i 25 anni) ed altre 600 sono scomparse in tutti questi anni. Il tentativo di costruire un modello di sviluppo nuovo è però, una speranza concreta di indipendenza, anche se da solo potrebbe non essere sufficiente. Per questo motivo si propongono molti progetti di collaborazione, tra cui la creazione di una banca interterritoriale ed un esercito comune o comunque un'interazione tra gli apparati militari dei vari Paesi sudamericani. Un altro problema da non sottovalutare è quello dei biocarburanti: sono indubbiamente una risorsa, ma l'essere impiegati come combustibili, limita drasticamente il loro utilizzo come cibo.

Il quarto intervento, è stato quello di Giovanni Di Martino, della redazione torinese di Rinascita. L'intervento verteva sulla figura di Chavez dalla prospettiva della stampa italiana, bilancio consuntivo di tre anni di ricerca metodica sui quotidiani La Stampa e La Repubblica, i principali per diffusione a Torino. Un primo dato interessante è che fino ai primi mesi del 2006, gli articoli sul Venezuela e sul suo presidente, avevano un taglio cronachistico piuttosto obiettivo. Oggi siamo alla pura mistificazione. Due esempi calzanti sono il recente numero di Limes (una delle più importanti riviste di geopolitica italiana) e La Stampa, dopo il referendum. Nel numero dedicato alla possibile federazione tra Venezuela e Cuba, intitolato “Venecuba”, Castro viene indicato come un capo di stato che nel corso della sua vita politica ha sempre e soltanto avuto fortuna. A Chavez, invece, viene rivolto un doppio attacco: personale, in quanto dipinto come un pazzo volubile alla stregua di Hitler che gioca col mondo, e che deve la sua sopravvivenza politica solo grazie alle immani riserve petrolifere. Potrebbe anche essere vera questa ultima affermazione, fatto sta che a dispetto dei suoi predecessori, i ricavi dovuti alla vendite del greggio li reinveste in opere socialmente utili. La Stampa, in seguito al referedum, ha addirittura parlato di “Trionfo del No”. Quando sembrava che Chavez fosse destinato a vincere il referendum, venne dipinto come un dittatore sanguinario che voleva governare a vita (secondo l'editorialista Enzo Bettiza) nonchè intenzionato ad abolire la proprietà privata (in realtà si sarebbe introdotto solo il limite dell' “utilità sociale”, già presente nella costituzione italiana: i “nostri” giornalisti evidentemente temevano un comma già presente nella nostra costituzione). Il risultato del referendum è stato accolto con entusiasmo dalla stampa nostrana, ma nessuno ha avuto il pudore di accennare del fatto che l'accettazione di una sconfitta sul filo di lana, è sintomo della maturità democratica di uno stato dove si vota ogni anno. Vargas Losa invece ha esaltato il re di Spagna per la sua dignità, in seguito al confronto “dialettico” con Chavez.

da Rinascita del 9 gennaio 2008
 
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